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Ci sono autori che hanno la capacità di farsi riconoscere in un attimo. Una scena, un dialogo, un'inquadratura riescono ad identificare immediatamente lo stile di un autore. Ryan Murphy appartiene senza dubbio a questa categoria. Il suo stile è diventato inconfondibile e basta guardare la sua ultima creatura "Hollywood" per capire di cosa stiamo parlando. Parliamo del secondo show prodotto da Murphy per Netflix, dopo il non esaltante Politician. Qui, come in Politician, c'è però la condensazione del Murphy-pensiero, del Murphy-style. Colori vivaci, ritmo infernale, dialoghi loquaci e ficcanti, personaggi amabili. Questo è quanto riesce ad emergere rispetto allo stile di Murphy. Ma c'è il racconto, il pensiero, il messaggio di fondo che Murphy cerca di trasmettere da anni che qui trova l'ennesima esaltazione, l'ennesima conferma. Attraverso le storie e i personaggi messi in scena, l'autore riesce a darci un assaggio di quanto possa essere potente l'amore e di quanto l'essere umano, una volta preso atto dei propri limiti e delle proprie forze, possa essere straordinario. La capacità di Murphy di trasmettere un messaggio, cosi semplice ma con una forza cosi dirompente, è assolutamente unica. Questa volta ha scelto la Hollywood degli albori, quella alla 20esima edizione degli Oscar, per raccontare e forse raccontarsi. Come sempre il mondo LGBTQ ha trovato ampio spazio, tante sono state le coppie non eterosessuali e tanti i personaggi alle prese con la legittimazione del loro essere gay. Legittimazione che spesso voleva dire innanzitutto un riconoscere quella diversità, in un mondo dove il diverso era visto come inumano. E non umana era anche quella società, dove se eri nero non potevi entrare in un bar e se eri gay non potevi confessarlo. Ed Hollywood era lo specchio perfetto per questa ipocrisia. Un universo parallelo dove venivano fabbricate storie ogni giorno, storie di uomini bianchi felici e trionfanti e dove non c'era spazio per i diversi, gli emarginati. Ma Hollywood, il cinema hanno da sempre avuto la capacità di cambiare il mondo, di renderlo un posto migliore. Su quello schermo vengono proiettate non solo le cose per come sono ma per come potrebbero essere. Ed ecco che Murphy riesce a trasformare un incipit abbastanza deludente e negativo in qualcosa di poderosamente positivo. In soli 7 episodi ribalta il paradigma e trasforma quel mondo in un mondo migliore, attraverso lo sguardo e la determinazione dei suoi protagonisti, degli underdog, degli emarginati. Persone accomunate da un sogno, che hanno saputo mettere da parte orgogli ed egoismi, manifestando coraggio e cuore e ispirando una nuova generazione. Murphy esagera spesso, condensa troppo, aumenta il carico emotivo troppe volte, mette troppa carne al fuoco e a volte risolve troppo facilmente determinate storyline e semplifica molto complessissime trame. Ma emoziona. Emoziona tantissimo e questo ci permette di perdonargli molte cose.
